21st Century Manager

Perchè i vostri collaboratori perdono tempo sui social networks?

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“Ma la mia azienda è davvero social?”

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Ora che “social” è diventata la parola magica per dare una rinfrescata a qualunque vocabolo in uso nel mondo della comunicazione e del business in generale (una delle ultime che ho sentito è “social CRM”) sono sicuro che presto questo termine si dissolverà nel nulla per essere inglobato in un concetto più ampio di “contemporaneità”.

 

Voglio dire che non potrà più esistere una comunicazione non social e una social, perché la prima verrà inevitabilmente sostituita, rivoluzionata, spazzata via dalle logiche relazionali della seconda.

 

E questo è tanto più interessante se ci concentriamo (come ho fatto nel mio e-book) su tematiche relative all’interno dell’azienda, analizzando come il mood social possa rivoluzionare le logiche di comunicazione tra colleghi, ma anche e soprattutto quelle che hanno a che fare con concetti come gerarchie, organigrammi ecc.

Certo, alle aziende e ai manager 1.0 (sorry…non mi viene in mente nulla di più esplicativo :)) piacerebbe molto poter “gestire” il fenomeno social , facendolo passare come un tool, una technicality, una piattaforma di condivisione o insomma qualcosa che non cambi alla base le logiche ma semplicemente le riammoderni con una patina di contemporaneità.

Ma temo che non sia così.

Certo, strumenti come le piattaforme wiki sono fondamentali per avvicinare le menti, condividere la conoscenza in maniera trasversale e foriere di mutua collaborazione. E i corporate blog rendono “umane” e tangibile le personalità all’interno dell’azienda. Vedrete immagini in camicia e sorrisi social…ma ahimè, ancora non ci siamo.

Chi sceglie di lavorare in un’azienda lo fa per tanti motivi. Ma quelli che hanno a che fare con la mancanza di conoscenza sulle opportunità di lavoro che ci sono in giro per il paese o nel mondo stanno per essere spazzati via dall’avvento dei social media. Così probabilmente ognuno di noi potrà informarsi sempre meglio e migliorare la propria situazione lavorativa, andando in aziende più apprezzabili sotto vari punti di vista: etica, salario, posizionamento sul mercato, grado di innovazione ecc.

Allora il punto NON è che la logica social permette di trasmettere e condividere meglio i valori esistenti di un’azienda e dei suoi manager.
Il punto E’ che la logica social spinge ogni azienda e i suoi manager a rispettare davvero certi valori perché non avrà più modo di tenere nascosto il fatto di non osservarli. E anzi la logica social costringerà sempre più ad averli questi benedetti valori
.

Un’azienda non potrà e non dovrà più scrivere opuscoli di benvenuto ai nuovi assunti raccontando cose meravigliose quando magari i dipendenti (senza trasgredire ad una logica di comportamento etico e decoroso, ergo senza offendere o calunniare) diffondono in rete cose esattamente opposte.

L’unico modo per attirare personale competente e tenerlo soddisfatto all’interno dell’azienda sarà fare cose di valore concreto, adottare comportamenti professionalmente ed umanamente apprezzabili.

La logica social non è uno strumento a disposizione delle aziende e dei loro manager per fare un lifting a sé stessi, alla loro reputazione e ai loro flussi di comunicazione interna.

La logica social non è uno strumento di diffusione moderno dei vecchi concetti manageriali e organizzativi, ma un elemento di evoluzione/rivoluzione di questi ultimi e chi pensa di cavarsela con un bel corporate blog, una gruppo o una pagina su facebook e un wiki bisogna prontamente dire che dovrà fare i conti con il futuro…o più probabilmente con il presente.

E allora invece di chiederci “la mia azienda è social?” chiediamoci se le persone che la guidano o i nostri colleghi sono persone competenti, coinvolgenti, rispettose ed oneste. E se la risposta è sì saremo noi stessi a diventare amabassador della qualità della nostra azienda senza che qualcuno ci riempia la vita di opuscoli, slogan o imbarazzanti elenchi puntati di valori aziendali.

Photo credit www.markingegno.biz

Written by gffornaciari

19 febbraio 2010 at 8:44 am

Dieci punti per “salvarsi” all’interno del network azienda

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Ecco lo speech che ho fatto venerdì 6 durante lo User Camp di Bologna sul tema “Salva l’utente che è in te”.
Ho cercato di analizzare il tema da un’angolazione particolare, quello dell’utente che allo stesso tempo da vita e professa “appartenenza” al network azienda.

Ovvero il punto di vista di colui che sposando le logiche della condivisione e della collaborazione si trova ad affrontare un sistema (l’azienda appunto) che non ne è ancora esattamente espressione.

Io non credo sia un passaggio facile, ma se è vero, come sostengo, che il cambiamento che stiamo vivendo va ben oltre il marketing e si riflette profondamente nelle persone e nel modo in cui si relazionano, può essere interessante provare a riflettere su come quello che è in definitiva un modo differente di concepire sè stessi può trasformare come si vive (o sopravvive) in un sistema complesso come l’azienda.

Infatti parto dalla coscienza di sè stessi (punto 1.), perchè non è affatto banale tradurre in esperienza lavorativa quello che è un atteggiamento socio-culturale.

In realtà il tema pregnante della “reputazione”, che troppo spesso viene isolato nel mondo del marketing e riservato alle aziende e ai loro servizi e prodotti, riguarda tutte le persone, non solo CEO o manager, ma anche collaboratori di ogni tipologia. Coloro che si guadagnano ogni giorno “punti” di reputazione tributati dal network di conoscenze (e non solo da sistemi di valutazione aziendale…sigh) e che soprattutto grazie a ciò possono essere “acclamati” leader (punto 10).

Un altro punto secondo me interessante è il tema della relazione con il network lavorativo. I benefici che si possono ottenere sono assolutamente analoghi (ma di segno evidentemente opposto) agli effetti devastanti che qualche comportamento negativo può avere sulla rete di relazioni in essere.
Questo è un tema delicato,

nel lavoro ci si aspetta molto dagli altri, ma forse le logiche della collaborazione contemporanee dovrebbero farci considerare con più attenzione che quanto più siamo connessi, tanto più i nostri peer si aspettano tanto da noi e il nostro rifiuto, la nostra presa di posizione si diffonde a macchia d’olio e non rimane chiusa in una stanza. E’ una questione di responsabilità. La condivisione funziona se anche la responsabilità viene condivisa.

Altro tema chiave è quello di come cambia il modello organizzativo, sviluppato ai punti 5, 6, 7 e 8.

La centralità della persona trasforma le logiche organigrammatiche e le rigidità legate alle funzioni.


Deve prevalere la trasversalità, naturale conseguenza del modo in cui si acquisiscono e si mettono a frutto le competenze.
Tutto ciò che “limita, definisce e circoscrive” è in distonia con quanto sta succedendo. La complessità sta nel prendere coscienza e gestire questa inevitabile evoluzione.
Perché parlare di relazioni orizzontali non deve far credere che non esistano centri decisionali o guide. Mi piace pensare a un modello che si orienti più per visioni e progetti che per titoli e mansioni.

Il network azienda è connesso a moltissimi altri network. Alcuni riguardano situazioni in cui l’utente può avvantaggiarsi nel migliorare le sue competenze, altri, più complessi ma ugualmente da gestire, riguardano il fatto che l’azienda fatta di persone deve fare i conti con le relazioni che queste persone hanno in essere e alimentano verso il suo “esterno”, dove essa non ha e non può avere controllo su quanto avviene. E all’esterno, tra gli altri, ci sono anche i concorrenti…giusto per fare un esempio.

Questo da solo dovrebbe bastare a sgombrare il campo da qualunque concetto di chiusura o opacità d’informazione. Semplicemente non è più possibile.

I contenuti di questa presentazione sono già in evoluzione e diventeranno un lavoro più approfondito, probabilmente un e-book. Ma mi piace l’idea di partire da qui e provare a condividere l’idea ancora poco più che embrionale nella speranza che ci sia qualche preziosissimo contributo da parte di chiunque ne abbia voglia.

Written by gffornaciari

18 novembre 2009 at 9:31 pm

Le idee non sono una risorsa scarsa

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“Ode allo spreco”: il pezzo di Chris Anderson su Wired Italia di Ottobre suggerisce una riflessione.

chrisanderson

Partiamo dall’ultima frase del pezzo:

Siamo bravi a pensare in termini di scarsità: è il modello organizzativo del Ventesimo secolo. Ora dobbiamo diventare bravi anche a pensare all’abbondanza.

Anderson cita YouTube come esempio attualissimo di “esperimento collettivo per inventare il futuro della televisione”.

Il concetto chiave è che, dato che produrre video costa poco, certamente avremo tanta spazzatura, ma in questo modo anche maggiori probabilità di incappare nell’idea vincente, quella che aprirà la strada per il futuro, quella che segnerà l’innovazione.

Vuol dire che nel momento in cui una risorsa cessa di essere scarsa (in questo caso il materiale video prodotto dagli utenti ad un costo irrisorio) la strada verso l’innovazione è spianata.

Anderson aggiunge:

gli innovatori di oggi sono coloro che individuano nuove aree di abbondanza e scoprono come dilapidarle

Provo ad allargare il discorso e parto da qui: in che modo questa logica di creazione di abbondanza ottenuta attraverso l’abbassamento dei costi dei “tentativi” si può trasferire sulla modalità di gestire le imprese ai giorni nostri?

Ciò che è apparentemente scarso nelle aziende sono le idee.

E però dovrebbe essere attraverso di esse che si può perseguire l’elemento alla base del successo delle aziende: la tanto agognata e ipercitata innovazione.

In realtà le idee non sono in nessun modo un fattore scarso: quella che scarseggia è la cultura delle idee, la capacità di alimentarle, diffonderle e difenderle. E, in ultima analisi, la capacità di condividerle, fissarle e in qualche modo trasformarle in conoscenza.

In questo complicato momento storico si fa strada la convinzione che non saranno esattamente le stesse aziende di prima ad affrontare il futuro post-crisi.
Perché in questa crisi, che non è solo economica o finanziaria ma anche socio-culturale, ad essere messo in discussione è proprio il modo di pensare l’azienda, fosse solo perché un’azienda deve affrontare un nuovo modo di essere nel mercato, un mercato intelligente, potente e proattivo.

Per quanto mi riguarda la soluzione sono le idee e soprattutto lavorare sul modo di metterle velocemente alla prova ad un costo sempre più basso, in definitiva, farle fluire e far sì che esse non siano (e non vengano percepite) in nessun modo un fattore scarso.

La chiave è studiare il modo di trasformarle in qualcosa che si può proporre al mercato in tempi rapidi e in modo poco costoso, perché il mercato stesso possa aiutarci a migliorarlo, separando le idee buone da quelle che lo sono meno.
Non dimenticando anche il fatto che è il mercato stesso, i suoi abitanti/persone possono diventare fornitori di idee, coinvolti in questo importante processo.

Teoria?

Credo piuttosto che sia la chiave della sopravvivenza.

Written by gffornaciari

28 ottobre 2009 at 10:10 am

L’anello mancante tra le “aziende” e le “persone”

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ep2023Ho appena letto l’editoriale di Luna sul numero di novembre di Wired Italia. Visionario, idealista, come piace a me, come sento di essere io.

Ammiro chi, quando parla di Internet, parte dall’alto, prende in considerazione gli aspetti culturali e sociali del cambiamento che stiamo vivendo, si concentra sul fatto che

il vero cambiamento reso possibile dall’evoluzione della tecnologia digitale non è tanto o solo nel marketing o nella comunicazione, ma nelle persone.

Le persone che danno vita alle imprese e che la logica organizzativa dell’epoca industriale ha provato a sublimare all’interno di organigrammi e funzioni aziendali: tutto ciò che ne massimizzava la spersonalizzazione e la sostituibilità.

Recentemente mi sono imbattutto in una discussione su Friendfeed sulle banche e i social media e quello che ho inteso (o frainteso) è che si continua a parlare di aziende in termini impersonali, di manager come se fossero soltanto entità misteriose fatte di obiettivi, risultati numerici e qualche granello di qualità.

E però allo stesso tempo si parla del potere alle persone, che stanno evolvendo e che sono il valore su cui rifondare il rapporto impresa/mercato o impresa/staff (questo a dir la verità lo sostengo fortemente anch’io).

Ma allora mi chiedo, se il cambiamento è nelle persone, nel loro modo di relazionarsi e confrontarsi, di accrescere le loro conoscenze, di lavorare,

come possiamo continuare a pensare che esistano e siano distinti le persone e i manager, l’essere umano che lavora e l’essere umano che vive, la persona che impara e la persona che mette a frutto la sua conoscenza?

E’ proprio così difficile e idealista pensare che le aziende di ogni natura e dimensione, essendo fatte in definitiva di essere umani, non saranno coinvolte, più o meno inevitabilmente, nel cambiamento che riguarda chi da loro vita?

Dove sta l’anello mancante tra l’azienda e le persone?

Written by gffornaciari

21 ottobre 2009 at 6:29 pm

Il tempo è davvero il fattore?

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GSF-orologi-daliLeggo e sento di aziende che impediscono ai loro dipendenti l’accesso a Facebook e ai principali social networks. Salvaguardare il tempo lavorativo, limitare le distrazioni sul posto di lavoro: è questo il vero obiettivo? Possibile che ancora una volta il problema (se di problema si tratta) venga affrontato negandone l’esistenza?
E’ davvero Facebook il problema o è solo la faccia nuova di un’annosa questione?
Possibile che sia così difficile andare oltre la misura delle 8 o più ore per valutare la qualità del lavoro di qualcuno?

Non posso credere che ruoti tutto intorno al tempo.
Per come la vedo io distinguere il tempo del lavoro dal tempo libero potrebbe non essere più così facile in un epoca dominata dalle relazioni e dalle conversazioni, dalla confusione di ruoli che deriva dall’essere allo stesso tempo consumatori e produttori di qualcosa, siano esse informazioni o artefatti.

Il valore di un collaboratore dipende solo dal numero di ore passate in ufficio? O forse anche da altri fattori quali il sapere contagiare gli altri con la sua passione verso la conoscenza o dal suo sbattersi per partecipare ad ogni evento in cui fare networking e da versare tutto ciò in quel grande contenitore (fortunatamente) pieno di buchi che è l’azienda in cui lavora?

La foto l’ho presa da qui.

Written by gffornaciari

9 ottobre 2009 at 8:59 pm

Social enterprise

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organigrammaMa davvero la cultura della collaborazione e della condivisione può essere usata come fosse un metodo o uno schema per tentare ancora una volta di classificare i dipendenti, i loro ruoli, la loro personalità e riportarli ad un rassicurante schema di organigramma funzionale?

La foto è tratta da un tutorial di pmi.it

Written by gffornaciari

7 ottobre 2009 at 6:48 am