21st Century Manager

Perchè i vostri collaboratori perdono tempo sui social networks?

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E se i cosiddetti “new media” non fossero altro che esseri umani?

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Ancora oggi incontro molti operatori del mondo della comunicazione che vivono (e fanno vivere) una sorta di distinzione tra ciò che è social e ciò che è “non social”, con reciproche diffidenze.

Francamente trovo che tutto questo sia ormai superfluo e voglio immaginare che presto si arriverà a sublimare questa distinzione e a parlare finalmente di “social” come di un cambiamento di atteggiamento culturale che influenza il modo in cui le persone apprendono, interpretano e si comportano e che in questo senso perderà ogni caratterizzazione da “ciò che non è social”.

Il termine Social è già ora e sarà sempre più solo un sinonimo di contemporaneità nelle scelte di comunicazione. E dopo essersi trasformato da sostantivo in aggettivo, probabilmente sparirà.

I social media sono un media?
I social media non sono un media assimilabile a quelli che abbiamo conosciuto fino ad oggi, non possono essere approcciati come si fa per una campagna pubblicitaria nè così facilmente misurati con le metriche “esatte” dell’online.
Qualunque azione di comunicazione sui canali social inizia e non finisce, come invece succede ad una campagna pubblicitaria: l’ingaggio con gli utenti si basa sulla fiducia, sul dialogo e sulla capacità di ascolto. E tutto ciò non si può interrompere senza gravi conseguenze sulla relazione tra un’azienda e il suo mercato (o meglio con gli esseri umani che costituiscono il mercato).

I social media non sono solo un elemento che arricchisce il marketing mix.
Sulla morte del marketing dell’era industriale si è già detto: i presupposti erano la sostanziale disinformazione del target.
La logica social smantella tutto questo rendendo persino in qualche modo antiquato il concetto di target che può essere più propriamente sostituito con quello di manifestazione di interesse da parte degli utenti. Questo trova le sue radici nella prima vera forma nativa della logica di comunicazione dell’era internet: l’uso delle keyword sui motori di ricerca. E’ questo il reale superamento della classificazione socio-economica in favore del concetto di manifestazione di interesse che si esprime nel momento in cui utenti appartenenti a diverse categorie pre-definite digitano la stessa parola chiave nel campo “cerca”. E diventano improvvisamente “uguali” agli occhi dell’azienda.

I social media puntano ad annullare sé stessi

I social media come categoria stanno sfumando i propri confini. Facebook ospita presenze istituzionali che sono da considerare in tutto e per tutto dei siti, le aziende scelgono la logica e il look’n’feel dei blog per comunicare, le architetture dei siti risentono delle logiche di consultazione dei principali social network.
I social media puntano a non esistere più in quanto elemento distinguibile dal resto della comunicazione digitale e non, assurgendo a fenomeno culturale e, per l’appunto, sociale.
Fenomeno in cui l’essere umano si mette al centro del processo di comunicazione e non è più l’ultimo anello, il target appunto.
L’essere umano diventa elemento chiave del processo di comunicazione: attivatore, amplificatore, coscienza critica, fattore di disturbo a volte.
L’essere umano sta in mezzo al flusso di passaggio di informazioni tra azienda e i suoi interlocutori.
L’essere umano inizia a somigliare ad un media.

Gli esseri umani sono media evoluti ?

In qualche modo dunque potremmo considerare gli esseri umani come dei media in senso evoluto. Non passivi trasmettitori di messaggi pubblicitari, ma filtri critici, coscienti ed informati. Gli esseri umani ascoltano, assimilano, elaborano, producono e propagano contenuti. In questo senso vanno oltre il concetto di media diventando a volte editori, produttori di contenuti di varia tipologia e livello qualitativo.

La audience di ogni essere umano è il suo network di amicizie (digitali e reali) e i rispettivi network di coloro che ne fanno parte.
La reale ampiezza di questa platea non è prevedibile con esattezza, dipende strettamente da quanta parte del network apprezzerà i contenuti che verranno loro proposti e vorrà condividerli.

Chi vuole comunicare deve semplicemente prendere atto di questo flusso. Certo quanto è descritto non è (o non è ancora) la totalità del circuito di comunicazione, nel senso che è ancora lontana dal sostituirsi completamente a modalità più tradizionali che sposano la logica del broadcasting, ma li influenzerà sempre più garantendo la crescita di quelli che vengono chiamati gli earned media. Essi rappresentano oggi in qualche modo un segmento di comunicazione premium la cui esistenza e consistenza dipende dalla qualità di quanto viene comunicato. Un segmento che non si compra e pianifica facilmente, ma il cui coinvolgimento e fiducia vanno conquistati.


Content rules

Ed ecco che arriviamo ai contenuti. Se i nuovi media corrispondono a questo network di esseri umani pensanti e critici che decide se propagare o meno il messaggio lanciato dalle aziende allora è chiaro che il contenuto e la sua qualità diventa centrale.
E le aziende che comunicano, oltre a proporre al mercato eccellenti prodotti o servizi, devono dunque ragionare sui contenuti. E i contenuti però non sono solo spot o video virali. Insomma il concetto di produzione dei contenuti (che potrebbe far assimilare le azienda ad editori) va inteso in senso allargato e riguarda molte aree di interesse per l’azienda includendo il CRM, la formazione, la comunicazione interna e via dicendo.

Chi sono i nuovi media?
Ecco allora perché la comunicazione e il marketing, insomma tutto ciò che l’azienda usa per far conoscere ciò che fa, devono fare i conti con gli esseri umani, con il loro senso critico e la loro passione.
E per quanto per certi versi suoni “estremo” dobbiamo forse prendere atto che non può più esistere una comunicazione che si focalizza sui contenitori (i media insomma) ma è necessario che ci si concentri sui contenuti . Sarà la qualità di questi ultimi, la loro onestà, a definirne la capacità di coinvolgere chi ne fruisce (gli esseri umani) a diffonderli.

Sono dunque gli esseri umani, con la loro complessa coscienza critica e la loro elaborazione creativa, i nuovi media? E non è forse vero che tutta questa evoluzione socio-tecnologica a ben vedere ci riporta ad un modello di “passaparola” che si ricollega a quanto è sempre successo tra le persone che si scambiavano pareri e consigli su cose e persone anche in una piazza di mercato del medioevo?

L’immagine usata è presa da un tutorial di http://naldzgraphics.net/

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Written by gffornaciari

28 novembre 2010 at 10:36 am

“Ma la mia azienda è davvero social?”

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Ora che “social” è diventata la parola magica per dare una rinfrescata a qualunque vocabolo in uso nel mondo della comunicazione e del business in generale (una delle ultime che ho sentito è “social CRM”) sono sicuro che presto questo termine si dissolverà nel nulla per essere inglobato in un concetto più ampio di “contemporaneità”.

 

Voglio dire che non potrà più esistere una comunicazione non social e una social, perché la prima verrà inevitabilmente sostituita, rivoluzionata, spazzata via dalle logiche relazionali della seconda.

 

E questo è tanto più interessante se ci concentriamo (come ho fatto nel mio e-book) su tematiche relative all’interno dell’azienda, analizzando come il mood social possa rivoluzionare le logiche di comunicazione tra colleghi, ma anche e soprattutto quelle che hanno a che fare con concetti come gerarchie, organigrammi ecc.

Certo, alle aziende e ai manager 1.0 (sorry…non mi viene in mente nulla di più esplicativo :)) piacerebbe molto poter “gestire” il fenomeno social , facendolo passare come un tool, una technicality, una piattaforma di condivisione o insomma qualcosa che non cambi alla base le logiche ma semplicemente le riammoderni con una patina di contemporaneità.

Ma temo che non sia così.

Certo, strumenti come le piattaforme wiki sono fondamentali per avvicinare le menti, condividere la conoscenza in maniera trasversale e foriere di mutua collaborazione. E i corporate blog rendono “umane” e tangibile le personalità all’interno dell’azienda. Vedrete immagini in camicia e sorrisi social…ma ahimè, ancora non ci siamo.

Chi sceglie di lavorare in un’azienda lo fa per tanti motivi. Ma quelli che hanno a che fare con la mancanza di conoscenza sulle opportunità di lavoro che ci sono in giro per il paese o nel mondo stanno per essere spazzati via dall’avvento dei social media. Così probabilmente ognuno di noi potrà informarsi sempre meglio e migliorare la propria situazione lavorativa, andando in aziende più apprezzabili sotto vari punti di vista: etica, salario, posizionamento sul mercato, grado di innovazione ecc.

Allora il punto NON è che la logica social permette di trasmettere e condividere meglio i valori esistenti di un’azienda e dei suoi manager.
Il punto E’ che la logica social spinge ogni azienda e i suoi manager a rispettare davvero certi valori perché non avrà più modo di tenere nascosto il fatto di non osservarli. E anzi la logica social costringerà sempre più ad averli questi benedetti valori
.

Un’azienda non potrà e non dovrà più scrivere opuscoli di benvenuto ai nuovi assunti raccontando cose meravigliose quando magari i dipendenti (senza trasgredire ad una logica di comportamento etico e decoroso, ergo senza offendere o calunniare) diffondono in rete cose esattamente opposte.

L’unico modo per attirare personale competente e tenerlo soddisfatto all’interno dell’azienda sarà fare cose di valore concreto, adottare comportamenti professionalmente ed umanamente apprezzabili.

La logica social non è uno strumento a disposizione delle aziende e dei loro manager per fare un lifting a sé stessi, alla loro reputazione e ai loro flussi di comunicazione interna.

La logica social non è uno strumento di diffusione moderno dei vecchi concetti manageriali e organizzativi, ma un elemento di evoluzione/rivoluzione di questi ultimi e chi pensa di cavarsela con un bel corporate blog, una gruppo o una pagina su facebook e un wiki bisogna prontamente dire che dovrà fare i conti con il futuro…o più probabilmente con il presente.

E allora invece di chiederci “la mia azienda è social?” chiediamoci se le persone che la guidano o i nostri colleghi sono persone competenti, coinvolgenti, rispettose ed oneste. E se la risposta è sì saremo noi stessi a diventare amabassador della qualità della nostra azienda senza che qualcuno ci riempia la vita di opuscoli, slogan o imbarazzanti elenchi puntati di valori aziendali.

Photo credit www.markingegno.biz

Written by gffornaciari

19 febbraio 2010 at 8:44 am

Le idee non sono una risorsa scarsa

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“Ode allo spreco”: il pezzo di Chris Anderson su Wired Italia di Ottobre suggerisce una riflessione.

chrisanderson

Partiamo dall’ultima frase del pezzo:

Siamo bravi a pensare in termini di scarsità: è il modello organizzativo del Ventesimo secolo. Ora dobbiamo diventare bravi anche a pensare all’abbondanza.

Anderson cita YouTube come esempio attualissimo di “esperimento collettivo per inventare il futuro della televisione”.

Il concetto chiave è che, dato che produrre video costa poco, certamente avremo tanta spazzatura, ma in questo modo anche maggiori probabilità di incappare nell’idea vincente, quella che aprirà la strada per il futuro, quella che segnerà l’innovazione.

Vuol dire che nel momento in cui una risorsa cessa di essere scarsa (in questo caso il materiale video prodotto dagli utenti ad un costo irrisorio) la strada verso l’innovazione è spianata.

Anderson aggiunge:

gli innovatori di oggi sono coloro che individuano nuove aree di abbondanza e scoprono come dilapidarle

Provo ad allargare il discorso e parto da qui: in che modo questa logica di creazione di abbondanza ottenuta attraverso l’abbassamento dei costi dei “tentativi” si può trasferire sulla modalità di gestire le imprese ai giorni nostri?

Ciò che è apparentemente scarso nelle aziende sono le idee.

E però dovrebbe essere attraverso di esse che si può perseguire l’elemento alla base del successo delle aziende: la tanto agognata e ipercitata innovazione.

In realtà le idee non sono in nessun modo un fattore scarso: quella che scarseggia è la cultura delle idee, la capacità di alimentarle, diffonderle e difenderle. E, in ultima analisi, la capacità di condividerle, fissarle e in qualche modo trasformarle in conoscenza.

In questo complicato momento storico si fa strada la convinzione che non saranno esattamente le stesse aziende di prima ad affrontare il futuro post-crisi.
Perché in questa crisi, che non è solo economica o finanziaria ma anche socio-culturale, ad essere messo in discussione è proprio il modo di pensare l’azienda, fosse solo perché un’azienda deve affrontare un nuovo modo di essere nel mercato, un mercato intelligente, potente e proattivo.

Per quanto mi riguarda la soluzione sono le idee e soprattutto lavorare sul modo di metterle velocemente alla prova ad un costo sempre più basso, in definitiva, farle fluire e far sì che esse non siano (e non vengano percepite) in nessun modo un fattore scarso.

La chiave è studiare il modo di trasformarle in qualcosa che si può proporre al mercato in tempi rapidi e in modo poco costoso, perché il mercato stesso possa aiutarci a migliorarlo, separando le idee buone da quelle che lo sono meno.
Non dimenticando anche il fatto che è il mercato stesso, i suoi abitanti/persone possono diventare fornitori di idee, coinvolti in questo importante processo.

Teoria?

Credo piuttosto che sia la chiave della sopravvivenza.

Written by gffornaciari

28 ottobre 2009 at 10:10 am

L’anello mancante tra le “aziende” e le “persone”

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ep2023Ho appena letto l’editoriale di Luna sul numero di novembre di Wired Italia. Visionario, idealista, come piace a me, come sento di essere io.

Ammiro chi, quando parla di Internet, parte dall’alto, prende in considerazione gli aspetti culturali e sociali del cambiamento che stiamo vivendo, si concentra sul fatto che

il vero cambiamento reso possibile dall’evoluzione della tecnologia digitale non è tanto o solo nel marketing o nella comunicazione, ma nelle persone.

Le persone che danno vita alle imprese e che la logica organizzativa dell’epoca industriale ha provato a sublimare all’interno di organigrammi e funzioni aziendali: tutto ciò che ne massimizzava la spersonalizzazione e la sostituibilità.

Recentemente mi sono imbattutto in una discussione su Friendfeed sulle banche e i social media e quello che ho inteso (o frainteso) è che si continua a parlare di aziende in termini impersonali, di manager come se fossero soltanto entità misteriose fatte di obiettivi, risultati numerici e qualche granello di qualità.

E però allo stesso tempo si parla del potere alle persone, che stanno evolvendo e che sono il valore su cui rifondare il rapporto impresa/mercato o impresa/staff (questo a dir la verità lo sostengo fortemente anch’io).

Ma allora mi chiedo, se il cambiamento è nelle persone, nel loro modo di relazionarsi e confrontarsi, di accrescere le loro conoscenze, di lavorare,

come possiamo continuare a pensare che esistano e siano distinti le persone e i manager, l’essere umano che lavora e l’essere umano che vive, la persona che impara e la persona che mette a frutto la sua conoscenza?

E’ proprio così difficile e idealista pensare che le aziende di ogni natura e dimensione, essendo fatte in definitiva di essere umani, non saranno coinvolte, più o meno inevitabilmente, nel cambiamento che riguarda chi da loro vita?

Dove sta l’anello mancante tra l’azienda e le persone?

Written by gffornaciari

21 ottobre 2009 at 6:29 pm

Il primo post

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Il primo post è sempre il più difficile.
Ma scrivere il mio e-book è stato facile. E’ venuto così, dopo dieci anni a seguire progetti e vedere il web evolvere, passare da qualcosa di tecnologico a qualcosa di culturale e sociale.
Ho lavorato a lungo sul marketing dei media digitali, erogando consulenza per le aziende che con la rete di conversazioni, con il mondo della consapevolezza social volevano confrontarsi per comunicare e relazionarsi. Ma poi ho capito che non si stava più parlando di marketing e strumenti, bensì di persone e di modo di intendere le relazioni. Di qualcosa che difficilmente poteva essere ricondotto agli schemi analitici di quella che chiamano era industriale. Qualcosa che c’era stato prima di quel periodo e che è tornato dopo. E credo per restarci: un mio caro ex-collega la chiama pre-comunicazione di massa.
E’ qualcosa che influenza profondamente le persone in ogni momento della loro giornata rendendo difficile distinguere i differenti ruoli che ognuno di noi storicamente riveste e che in qualche modo sono sempre stati distinti. Consumatore – colui che fa acquisti o fruisce di beni, servizi o contenuti – e Produttore – colui che crea beni, servizi o contenuti di cui qualcuno possa fruire – si confondono nella stessa persona.
Lavoro e tempo libero cessano di abitare da separati in casa la mente dello stesso individuo.
Il conflitto storico tende a sublimarsi perché le persone cercano di fare il lavoro che più si addice loro e le relazioni che possono tessere, la visibilità di cui possono godere facilita questa ricerca.
Di questo ho cercato di scrivere e di questo qui cercherò di conversare. Se vorrete.

Written by gffornaciari

1 ottobre 2009 at 6:51 am