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Perchè i vostri collaboratori perdono tempo sui social networks?

Mike Walsh: i brand devono pensare sè stessi come media companies

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Una manciata di intuizioni, la capacità di renderle parte integrante di un pensiero illuminante: questo il primo pregio di Futuretainment, di Mike Walsh.

Un lavoro innovativo: più immagini che testo, più concetti chiave che contorte esposizioni e però più storytelling che elenchi puntati.

Come chiunque si occupi di marketing e comunicazione fa oggigiorno, Walsh cerca di chiarire il ruolo dei social media.
Sono un fattore abilitante, qualcosa che consente a chiunque di produrre contenuti e che rende possibile una forma di relazione chiamata “amicizia”, con un’accezione molto diversa da quella del tempo da cui veniamo noi della generazione X (magari anche Y…).

“Friend” evolve da sostantivo a verbo

“To friend” è semplicemente creare una connessione con qualcuno e includerlo nel proprio network.
Niente a che fare con affetti e parentele, il legame sta soprattutto nel rimanere in contatto sulla base della condivisione di aggiornamenti di stato, interessi espressi e contenuti media prodotti o trovati in rete.
In fondo la produzione e la condivisione di questi contenuti contiene preziose informazioni sulla nostra personalità.

E questa centralità dei contenuti prodotti e condivisi dell’utente trasforma il senso stesso della comunicazione di brand.
Il brand non è importante tanto per il fatto di essere associato ad un prodotto,

il brand più importante ed efficace è la persona che raccomanda il prodotto

Questo passaggio ha in sè molti aspetti decisivi in quanto agisce sulle fondamenta stesse della comunicazione e del marketing, così come ci sono stati consegnati dall’era industriale.

E porta a farci due importanti domande:

1. Come fanno i brand a trasferire sugli utenti l’onere (o l’onore) della comunicazione e del marketing?

2. Come fa un brand, tendenzialmente percepito come non umano, ad armonizzarsi con questa situazione di “power to the people”?

La soluzione sta in una della parole più usate ed abusate nel mondo del marketing degli ultimi due annetti: “engagement”.

L’engagement esiste quando i consumatori lasciano qualcosa di sè stessi con il brand,

sia un contenuto user generated, una raccomandazione od una semplice condivisione di informazioni.

E il brand che insegue l’engagement deve cercarlo con il vero ed unico codice di comunicazione dei nostri tempi: i contenuti, le storie, la loro qualità e la capacità di creare interesse.

Solo così il brand otterrà dal destinatario della comunicazione di farsi carico della “distribuzione e diffusione” di questi contenuti/informazioni.

Perchè la chiave sta proprio lì: un mercato maturo, consapevole e altamente frammentato non è più contattabile con le logiche generaliste del marketing e dell’advertising in broadcast.

La comunicazione vive di engagement reale, passaparola ecc. le aziende devono essere così brave da conquistarsi gli utenti non solo come clienti, ma come distributori e amplificatori di informazioni, reputazione ecc.

Questo in definitiva vuol dire che

i brand devono cominciare a pensare a sè stessi come media companies.

la strada non può più essere creare advertising intorno al contenuto ma considerare il contenuto il vero strumento di advertising.

Direi che ce n’è abbastanza per rifletterci sopra. No?

Written by gffornaciari

26 novembre 2009 a 10:55 pm

Una Risposta

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  1. […] li che si innesta il discorso (peraltro già affrontato dal sottoscritto) di Mike Walsh che sostiene che “friend” non è più solo un sostantivo, ma in […]


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