L’”amicizia” ai tempi di Facebook
Magari durante le festività vi sarà capitato di leggere sul Corriere della Sera questo articolo di Maria Laura Rodotà .
E magari avrete anche letto in rete qualche commento (certamente più “sollecito” del mio
) tra i quali mi piace citare questo qui di Mariangela Vaglio che trovo particolarmente efficace.
Ma anch’io avrei qualcosina da dire sul tema.
Premetto che non mi interessa più di tanto entrare nel merito della questione in termini sociologici.
Quello che vorrei mettere in evidenza è semplicemente la confusione che ancora regna sul modo in cui approcciare questi temi. Specie da parte di coloro che “pretendono” di analizzarli con strumenti o logiche tradizionali.
Da un lato c’è questo approccio nostalgico tipo “una volta sì che si stava bene” che ogni tanto salta fuori quando si deve analizzare qualcosa di nuovo e che…non si riesce a classificare secondo gli schemi precedenti.
Dall’altro il tentativo di “minimizzare”, quasi di “opporsi” alla diffusione di un modello nuovo di comunicare che non centra niente con il discorso dell’”amicizia” in senso tradizionale, ma la fa evolvere verso accezioni più ampie e in qualche modo ancora da svelare completamente.
Entrambi ovviamente sbagliati per come la penso io.
Proverò ad esprimere dei concetti base, cercando di stare nel mio “seminato” che in definitiva è quello di 21st Century Manager.
Non è l’amicizia come l’abbiamo conosciuta fino a pochi anni fa ad essere messa in discussione (per usare un eufemismo) dai social network come Facebook, ma piuttosto sono questi ultimi ad aver proposto con enorme successo un nuovo modello di relazione che convenzionalmente è stato chiamato amicizia e per certi versi lo è, ma per altri sa andare molto oltre agli aspetti “personali” che tradizionalmente la caratterizzano.
Nel senso che è vero che i social network hanno proposto un nuovo modo di ritrovare e restare in contatto con le persone che già si conoscono (gli “amici” insomma”), ma la parte più interessante, a mio parere, è soprattutto che hanno consentito di ampliare le reti di conoscenze proprio grazie a questi primi livelli di contatto già disponibili, permettendo di entrare in contatto con gli amici di amici di amici e così via. Tutto questo ha secondo me un valore, a prescindere, perché avvicina, aiuta a conoscere e comprendere altra gente.
Ed è pur vero che questi legami sono attivati non da frequentazioni, appartenenze ad un particolare ceto sociale o residenza in un certo luogo. Bensì dalla manifestazione (e relativa condivisione) di un certo interesse, di un certo modo di vedere le cose. Che viene esplicitato attraverso frasi, immagini, video, sia personali che relativi a tutto quello che succede, anche a livello politico evidentemente.
E’ li che si innesta il discorso (peraltro già affrontato dal sottoscritto) di Mike Walsh che sostiene che “friend” non è più solo un sostantivo, ma in ambito social può essere inteso come “to friend”, un’azione, una scelta che si avvia spesso sull’aver rintracciato in rete qualcosa che ci piace, che ci va di condividere.
E, ulteriore passaggio, prevede poi l’opzione di considerare “amici” quei produttori di contenuti e/o addirittura quelli che possiamo considerare veri e propri “media” che trovano questi contenuti in rete e li condividono.
Questo ad un livello informale.
Ma poi (e qui sta secondo me il vero valore che deve ancora ben essere sviscerato della logica social), questa condivisione di contenuti diventa interessante anche nell’ambito lavorativo. E allora gli “amici” sono colleghi o concorrenti che condividono gli stessi interessi e che hanno piacere di discutere e “sharare” materiali di ogni genere che possono costituire per tutti una vera e significativa crescita professionale e non solo un altro modo di cazzeggiare.
WikiSAP, intelligenza collettiva per innovare
Ci sono aziende che fanno sforzi per interpretare la contemporaneità, per provare a riempire di esperienze concrete quei contenitori digitali da cui ci si aspetta tanto “futuro” ma ai quali si dedica ancora troppo poco “presente”.
Che siano piattaforme di condivisione e collaborazione o tentativi di conversazione e interazione con il mercato, queste esperienze meritano secondo me di essere analizzate.
E’ così che ho incontrato
WikiSAP (www.wikisap.it), il progetto di SAP Italia nato poco più di un anno fa, pensato per essere un business social network a disposizione di manager e imprenditori che vogliano condividere informazioni ed esperienze, creando una piattaforma comune di intelligenza collettiva con l’obiettivo di favorire un percorso di apertura e collaborazione verso l’innovazione.
Una dichiarazione di intenti così importante ha solleticato la mia curiosità e, grazie a Cristina Di Grado (che ha creato una nuova linea nel mio network), ho avuto il piacere di incontrare la gentilissima Anita Greco, Marketing Communications Manager di SAP, e fare quattro chiacchiere sul progetto.
Anita ha definito WikiSAP
un’iniziativa nata dal bisogno di confrontarsi su temi ampi quali managerialità, imprenditorialità, che vanno oltre il core business di SAP. L’idea è mettere a fattor comune tutte le esperienze in quel senso con una piattaforma che consenta di condividere opinioni, idee e best practice d’impresa. L’obiettivo è ben delineato: lavorare insieme per l’innovazione.
Questo progetto è espressione della cultura dell’apertura verso l’esterno, coinvolgendo in una logica peer-to-peer non solo i clienti ma anche partner e fornitori (non dimentichiamo che le aziende non hanno solo clienti da soddisfare ma anche fornitori da coinvolgere in questo desiderio di innovazione e crescita).
I numeri sono promettenti: 3.000 utenti iscritti, 50.000 visite nel semestre delle quali più del 60% sono visite di nuovi utenti.
Quello che è ancora contenuto è il dato sull’interazione: solo poche decine di utenti sono molto attivi nel segnalare o commentare.
E’ sull’incremento di questo dato che si orienteranno gli sforzi nei prossimi mesi.
Chiedo come ci si sta muovendo per “diffondere” WikiSAP. Glielo chiedo perché personalmente sono convinto che ogni presenza online debba andare oltre un presidio specifico e vivere in maniera liquida in tutti i luoghi in cui ci possano essere utenti interessati ai suoi contenuti.
E’ in questo modo che si possono creare diverse forme di interazione: il commento strutturato al post è un alto livello di engagement, un post più “leggero” su friendfeed è più conversazione…ma tutti vanno alimentati e difesi perché creano network (ancor prima della tanto auspicata community, che nasce probabilmente da un livello così “ricco” di relazione che comprende un po’ tutti gli aspetti della personalità, compreso quello informale, che viaggia più facilmente su friendfeed e si compendia magari in un incontro “reale” sul territorio.
In effetti Anita è ben consapevole del fatto che non sia possibile centralizzare tutto in WIKISAP, che questo progetto ha ancora bisogno di seeding digitale e però anche reale. E mi parla di iniziative stimolanti come quella fatta in ottica “mezzogiorno” in collaborazione con Domenico De Masi.
Non è mia intenzione entrare nel merito delle aree tematiche o dei canali di approfondimento secondo i quali WIKISAP è strutturato; credo che a fare fotografie oggi si corra il rischio che vengano mosse.
Mi pare invece che quello che conta per SAP sia coinvolgere davvero gli utenti entrati nel network (in gran parte con ruoli direzionali nelle aziende di appartenenza) in un processo spontaneo di creazione dei contenuti il più possibile condivisi e orientati all’innovazione.
Lo giudico un bel modo per proporre valore al mercato.
E dalle parole di Anita mi pare che SAP abbia ancora tanta voglia ed energia racchiusa nelle sue persone per portare avanti questo ambizioso progetto.
Cosa mi porto via dallo IAB Forum 09 a Milano?
Per quanto non abbia ovviamente visto tutto.
Per quanto non abbia potuto assistere alla tavola rotonda condotta da Gad Lerner ieri pomeriggio cui ha partecipato Luca Sofri. Che stimo.
Porto a casa con me l’emozione di aver assistito a questa presentazione.
IAB Forum 09: dal workshop 2.0
Siamo molto lontani dal concetto di persone, siamo invece ben dentro il concetto di “soggetti sotto osservazione”. Quello che si fa è studiare il comportamento online dell’utente per propinare ancora una volta pubblicità (anche se in fondo ora la si chiama contenuto targetizzato).
L’utente è un po’ un essere da laboratorio, qualcosa da classificare, da riportare a modelli uniformi di comportamento. Per renderlo inconsapevole protagonista di un acquisto e non consapevole co-autore di un prodotto o servizio migliore.
Qui pare che l’unica preoccupazione sia vendere quello che è già stato prodotto al mercato, a profili di utenza definiti a tavolino e non ad utenti/persone. E non pare interessante, al contrario, capire l’utente per proporre quello che questo vuole.
C’era scritto “workshop 2.0″: che abbia sbagliato posto?




E se i cosiddetti “new media” non fossero altro che esseri umani?
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Ancora oggi incontro molti operatori del mondo della comunicazione che vivono (e fanno vivere) una sorta di distinzione tra ciò che è social e ciò che è “non social”, con reciproche diffidenze.
Francamente trovo che tutto questo sia ormai superfluo e voglio immaginare che presto si arriverà a sublimare questa distinzione e a parlare finalmente di “social” come di un cambiamento di atteggiamento culturale che influenza il modo in cui le persone apprendono, interpretano e si comportano e che in questo senso perderà ogni caratterizzazione da “ciò che non è social”.
Il termine Social è già ora e sarà sempre più solo un sinonimo di contemporaneità nelle scelte di comunicazione. E dopo essersi trasformato da sostantivo in aggettivo, probabilmente sparirà.
I social media sono un media?
I social media non sono un media assimilabile a quelli che abbiamo conosciuto fino ad oggi, non possono essere approcciati come si fa per una campagna pubblicitaria nè così facilmente misurati con le metriche “esatte” dell’online.
Qualunque azione di comunicazione sui canali social inizia e non finisce, come invece succede ad una campagna pubblicitaria: l’ingaggio con gli utenti si basa sulla fiducia, sul dialogo e sulla capacità di ascolto. E tutto ciò non si può interrompere senza gravi conseguenze sulla relazione tra un’azienda e il suo mercato (o meglio con gli esseri umani che costituiscono il mercato).
I social media non sono solo un elemento che arricchisce il marketing mix.
Sulla morte del marketing dell’era industriale si è già detto: i presupposti erano la sostanziale disinformazione del target.
La logica social smantella tutto questo rendendo persino in qualche modo antiquato il concetto di target che può essere più propriamente sostituito con quello di manifestazione di interesse da parte degli utenti. Questo trova le sue radici nella prima vera forma nativa della logica di comunicazione dell’era internet: l’uso delle keyword sui motori di ricerca. E’ questo il reale superamento della classificazione socio-economica in favore del concetto di manifestazione di interesse che si esprime nel momento in cui utenti appartenenti a diverse categorie pre-definite digitano la stessa parola chiave nel campo “cerca”. E diventano improvvisamente “uguali” agli occhi dell’azienda.
I social media puntano ad annullare sé stessi
I social media come categoria stanno sfumando i propri confini. Facebook ospita presenze istituzionali che sono da considerare in tutto e per tutto dei siti, le aziende scelgono la logica e il look’n’feel dei blog per comunicare, le architetture dei siti risentono delle logiche di consultazione dei principali social network.
I social media puntano a non esistere più in quanto elemento distinguibile dal resto della comunicazione digitale e non, assurgendo a fenomeno culturale e, per l’appunto, sociale.
Fenomeno in cui l’essere umano si mette al centro del processo di comunicazione e non è più l’ultimo anello, il target appunto.
L’essere umano diventa elemento chiave del processo di comunicazione: attivatore, amplificatore, coscienza critica, fattore di disturbo a volte.
L’essere umano sta in mezzo al flusso di passaggio di informazioni tra azienda e i suoi interlocutori.
L’essere umano inizia a somigliare ad un media.
Gli esseri umani sono media evoluti ?
In qualche modo dunque potremmo considerare gli esseri umani come dei media in senso evoluto. Non passivi trasmettitori di messaggi pubblicitari, ma filtri critici, coscienti ed informati. Gli esseri umani ascoltano, assimilano, elaborano, producono e propagano contenuti. In questo senso vanno oltre il concetto di media diventando a volte editori, produttori di contenuti di varia tipologia e livello qualitativo.
La audience di ogni essere umano è il suo network di amicizie (digitali e reali) e i rispettivi network di coloro che ne fanno parte. La reale ampiezza di questa platea non è prevedibile con esattezza, dipende strettamente da quanta parte del network apprezzerà i contenuti che verranno loro proposti e vorrà condividerli.
Chi vuole comunicare deve semplicemente prendere atto di questo flusso. Certo quanto è descritto non è (o non è ancora) la totalità del circuito di comunicazione, nel senso che è ancora lontana dal sostituirsi completamente a modalità più tradizionali che sposano la logica del broadcasting, ma li influenzerà sempre più garantendo la crescita di quelli che vengono chiamati gli earned media. Essi rappresentano oggi in qualche modo un segmento di comunicazione premium la cui esistenza e consistenza dipende dalla qualità di quanto viene comunicato. Un segmento che non si compra e pianifica facilmente, ma il cui coinvolgimento e fiducia vanno conquistati.
Content rules
Ed ecco che arriviamo ai contenuti. Se i nuovi media corrispondono a questo network di esseri umani pensanti e critici che decide se propagare o meno il messaggio lanciato dalle aziende allora è chiaro che il contenuto e la sua qualità diventa centrale.
E le aziende che comunicano, oltre a proporre al mercato eccellenti prodotti o servizi, devono dunque ragionare sui contenuti. E i contenuti però non sono solo spot o video virali. Insomma il concetto di produzione dei contenuti (che potrebbe far assimilare le azienda ad editori) va inteso in senso allargato e riguarda molte aree di interesse per l’azienda includendo il CRM, la formazione, la comunicazione interna e via dicendo.
Chi sono i nuovi media?
Ecco allora perché la comunicazione e il marketing, insomma tutto ciò che l’azienda usa per far conoscere ciò che fa, devono fare i conti con gli esseri umani, con il loro senso critico e la loro passione.
E per quanto per certi versi suoni “estremo” dobbiamo forse prendere atto che non può più esistere una comunicazione che si focalizza sui contenitori (i media insomma) ma è necessario che ci si concentri sui contenuti . Sarà la qualità di questi ultimi, la loro onestà, a definirne la capacità di coinvolgere chi ne fruisce (gli esseri umani) a diffonderli.
Sono dunque gli esseri umani, con la loro complessa coscienza critica e la loro elaborazione creativa, i nuovi media? E non è forse vero che tutta questa evoluzione socio-tecnologica a ben vedere ci riporta ad un modello di “passaparola” che si ricollega a quanto è sempre successo tra le persone che si scambiavano pareri e consigli su cose e persone anche in una piazza di mercato del medioevo?
L’immagine usata è presa da un tutorial di http://naldzgraphics.net/
Scritto da gffornaciari
28 novembre 2010 alle 10:36 am
Pubblicato in 21st Century Manager, Commenti
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