21st Century Manager

Perchè i vostri collaboratori perdono tempo sui social networks?

E se i cosiddetti “new media” non fossero altro che esseri umani?

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Ancora oggi incontro molti operatori del mondo della comunicazione che vivono (e fanno vivere) una sorta di distinzione tra ciò che è social e ciò che è “non social”, con reciproche diffidenze.

Francamente trovo che tutto questo sia ormai superfluo e voglio immaginare che presto si arriverà a sublimare questa distinzione e a parlare finalmente di “social” come di un cambiamento di atteggiamento culturale che influenza il modo in cui le persone apprendono, interpretano e si comportano e che in questo senso perderà ogni caratterizzazione da “ciò che non è social”.

Il termine Social è già ora e sarà sempre più solo un sinonimo di contemporaneità nelle scelte di comunicazione. E dopo essersi trasformato da sostantivo in aggettivo, probabilmente sparirà.

I social media sono un media?
I social media non sono un media assimilabile a quelli che abbiamo conosciuto fino ad oggi, non possono essere approcciati come si fa per una campagna pubblicitaria nè così facilmente misurati con le metriche “esatte” dell’online.
Qualunque azione di comunicazione sui canali social inizia e non finisce, come invece succede ad una campagna pubblicitaria: l’ingaggio con gli utenti si basa sulla fiducia, sul dialogo e sulla capacità di ascolto. E tutto ciò non si può interrompere senza gravi conseguenze sulla relazione tra un’azienda e il suo mercato (o meglio con gli esseri umani che costituiscono il mercato).

I social media non sono solo un elemento che arricchisce il marketing mix.
Sulla morte del marketing dell’era industriale si è già detto: i presupposti erano la sostanziale disinformazione del target.
La logica social smantella tutto questo rendendo persino in qualche modo antiquato il concetto di target che può essere più propriamente sostituito con quello di manifestazione di interesse da parte degli utenti. Questo trova le sue radici nella prima vera forma nativa della logica di comunicazione dell’era internet: l’uso delle keyword sui motori di ricerca. E’ questo il reale superamento della classificazione socio-economica in favore del concetto di manifestazione di interesse che si esprime nel momento in cui utenti appartenenti a diverse categorie pre-definite digitano la stessa parola chiave nel campo “cerca”. E diventano improvvisamente “uguali” agli occhi dell’azienda.

I social media puntano ad annullare sé stessi

I social media come categoria stanno sfumando i propri confini. Facebook ospita presenze istituzionali che sono da considerare in tutto e per tutto dei siti, le aziende scelgono la logica e il look’n’feel dei blog per comunicare, le architetture dei siti risentono delle logiche di consultazione dei principali social network.
I social media puntano a non esistere più in quanto elemento distinguibile dal resto della comunicazione digitale e non, assurgendo a fenomeno culturale e, per l’appunto, sociale.
Fenomeno in cui l’essere umano si mette al centro del processo di comunicazione e non è più l’ultimo anello, il target appunto.
L’essere umano diventa elemento chiave del processo di comunicazione: attivatore, amplificatore, coscienza critica, fattore di disturbo a volte.
L’essere umano sta in mezzo al flusso di passaggio di informazioni tra azienda e i suoi interlocutori.
L’essere umano inizia a somigliare ad un media.

Gli esseri umani sono media evoluti ?

In qualche modo dunque potremmo considerare gli esseri umani come dei media in senso evoluto. Non passivi trasmettitori di messaggi pubblicitari, ma filtri critici, coscienti ed informati. Gli esseri umani ascoltano, assimilano, elaborano, producono e propagano contenuti. In questo senso vanno oltre il concetto di media diventando a volte editori, produttori di contenuti di varia tipologia e livello qualitativo.

La audience di ogni essere umano è il suo network di amicizie (digitali e reali) e i rispettivi network di coloro che ne fanno parte.
La reale ampiezza di questa platea non è prevedibile con esattezza, dipende strettamente da quanta parte del network apprezzerà i contenuti che verranno loro proposti e vorrà condividerli.

Chi vuole comunicare deve semplicemente prendere atto di questo flusso. Certo quanto è descritto non è (o non è ancora) la totalità del circuito di comunicazione, nel senso che è ancora lontana dal sostituirsi completamente a modalità più tradizionali che sposano la logica del broadcasting, ma li influenzerà sempre più garantendo la crescita di quelli che vengono chiamati gli earned media. Essi rappresentano oggi in qualche modo un segmento di comunicazione premium la cui esistenza e consistenza dipende dalla qualità di quanto viene comunicato. Un segmento che non si compra e pianifica facilmente, ma il cui coinvolgimento e fiducia vanno conquistati.


Content rules

Ed ecco che arriviamo ai contenuti. Se i nuovi media corrispondono a questo network di esseri umani pensanti e critici che decide se propagare o meno il messaggio lanciato dalle aziende allora è chiaro che il contenuto e la sua qualità diventa centrale.
E le aziende che comunicano, oltre a proporre al mercato eccellenti prodotti o servizi, devono dunque ragionare sui contenuti. E i contenuti però non sono solo spot o video virali. Insomma il concetto di produzione dei contenuti (che potrebbe far assimilare le azienda ad editori) va inteso in senso allargato e riguarda molte aree di interesse per l’azienda includendo il CRM, la formazione, la comunicazione interna e via dicendo.

Chi sono i nuovi media?
Ecco allora perché la comunicazione e il marketing, insomma tutto ciò che l’azienda usa per far conoscere ciò che fa, devono fare i conti con gli esseri umani, con il loro senso critico e la loro passione.
E per quanto per certi versi suoni “estremo” dobbiamo forse prendere atto che non può più esistere una comunicazione che si focalizza sui contenitori (i media insomma) ma è necessario che ci si concentri sui contenuti . Sarà la qualità di questi ultimi, la loro onestà, a definirne la capacità di coinvolgere chi ne fruisce (gli esseri umani) a diffonderli.

Sono dunque gli esseri umani, con la loro complessa coscienza critica e la loro elaborazione creativa, i nuovi media? E non è forse vero che tutta questa evoluzione socio-tecnologica a ben vedere ci riporta ad un modello di “passaparola” che si ricollega a quanto è sempre successo tra le persone che si scambiavano pareri e consigli su cose e persone anche in una piazza di mercato del medioevo?

L’immagine usata è presa da un tutorial di http://naldzgraphics.net/

Written by gffornaciari

28 novembre 2010 at 10:36 am

Social Media: where’s the money?

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E’ inevitabile: dopo la curiosità per il social media e il conseguente scetticismo siamo passati alla fase della consapevolezza e della logica.

Investire sui social media? Sì! Ma come e soprattutto con che ritorni?

Non è una domanda banale, me la sento fare quasi ogni volta che incontro un marketing manager. Dopo avergli parlato dei progetti passati, presenti e futuri mi sento chiedere: “quanto mi farà vendere in più?”
E la risposta forse è troppo lunga e articolata per essere ascoltata con sufficiente attenzione. O forse è troppo diversa da quello che il mio interlocutore si aspetta per essere digerita. O forse è semplicemente troppo “nuova”.

Perché “social” in fondo è una filosofia, un modo di concepire la comunicazione che personalmente credo stia cambiando le regole del gioco. E però il confronto con le logiche tradizionali è inevitabile e doveroso per chi della comunicazione digitale fa il proprio campo di azione. Ed è forse una grande opportunità per mettere un po’ più a fuoco la materia.

Così, proviamo a raccogliere qualche idea sul tema che senza voler esser esaustiva ci aiuti quantomeno a riflettere.


Le metriche

Le metriche sono naturalmente la chiave, si parla da sempre e con malcelata insistenza di ROI (sarebbe return on investment) per gli investimenti online, che è come dire che abbiamo le code di paglia.

Ed effettivamente di consolidato c’è poco o nulla se ancora si discute se sia giusto acquistare ad impression o a click oppure se sia il click o la awareness il vero obiettivo del display adv.
E recentemente ho visto anche una bella accezione di ROI, trasformato in “return on influence” che suona come un aggiornamento di questo acronimo in funzione delle logiche social. Guardatevi questo video

Ognuno è libero di elaborare secondo la propria esperienza ma certo si può provare a riportare tutto a due grandi categorie:

La prima ha a che fare con la visibilità ed è fortemente derivata da metriche off che banalmente si basano su quante persone guardano un certo contenuto. Non importa chi, non importa come, non importa cosa succede dopo: quello che conta è che il contenuto sia visto da molti.

Inutile sottolineare quanto questo sia più facilmente comprensibile agli occhi di chi è abituato ad investire in spazi pubblicitari che più sono grandi o più sono in luoghi frequentati a prescindere da chi li frequenta più costano.
E in fondo è proprio rispetto a quel tipo di ritorni che viene naturale fare il confronto tra un’azione social ed una non social.

La seconda ha a che fare con il coinvolgimento dell’utente, la capacità di instaurare un dialogo ed una relazione.
Ed è proprio in questo caso che le metriche tradizionali vanno in crisi. Perché qui la quantità conta il giusto ed è probabilmente di più la qualità di chi si riesce a coinvolgere che importa. E da quella “qualità” possono dipendere molte cose: un comportamento d’acquisto, un suggerimento agli amici, un parere positivo, un contenuto multimediale condiviso con il proprio network, un aiuto ai clienti per risolvere un problema già superato. Tutto questo è solo parzialmente misurabile con le metriche tradizionali e in senso assoluto non è confrontabile con i numeri di cui al punto precedente.

Mai come ora il dibattito sul tema dei ritorni della comunicazione sui social media è aperto: ricco di sfumature, distorsioni e interessanti spunti di discussione.

Ancora tanto tempo e denaro sarà investito per saperne di più e convincere le aziende che i social media non sono qualcosa di “altro” rispetto alla comunicazione, ma più probabilmente un atteggiamento che cambia per sempre il modo in cui le aziende si pongono verso il mercato e il mercato verso le aziende.

Written by gffornaciari

2 maggio 2010 at 4:33 pm

“Ma la mia azienda è davvero social?”

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Ora che “social” è diventata la parola magica per dare una rinfrescata a qualunque vocabolo in uso nel mondo della comunicazione e del business in generale (una delle ultime che ho sentito è “social CRM”) sono sicuro che presto questo termine si dissolverà nel nulla per essere inglobato in un concetto più ampio di “contemporaneità”.

 

Voglio dire che non potrà più esistere una comunicazione non social e una social, perché la prima verrà inevitabilmente sostituita, rivoluzionata, spazzata via dalle logiche relazionali della seconda.

 

E questo è tanto più interessante se ci concentriamo (come ho fatto nel mio e-book) su tematiche relative all’interno dell’azienda, analizzando come il mood social possa rivoluzionare le logiche di comunicazione tra colleghi, ma anche e soprattutto quelle che hanno a che fare con concetti come gerarchie, organigrammi ecc.

Certo, alle aziende e ai manager 1.0 (sorry…non mi viene in mente nulla di più esplicativo :)) piacerebbe molto poter “gestire” il fenomeno social , facendolo passare come un tool, una technicality, una piattaforma di condivisione o insomma qualcosa che non cambi alla base le logiche ma semplicemente le riammoderni con una patina di contemporaneità.

Ma temo che non sia così.

Certo, strumenti come le piattaforme wiki sono fondamentali per avvicinare le menti, condividere la conoscenza in maniera trasversale e foriere di mutua collaborazione. E i corporate blog rendono “umane” e tangibile le personalità all’interno dell’azienda. Vedrete immagini in camicia e sorrisi social…ma ahimè, ancora non ci siamo.

Chi sceglie di lavorare in un’azienda lo fa per tanti motivi. Ma quelli che hanno a che fare con la mancanza di conoscenza sulle opportunità di lavoro che ci sono in giro per il paese o nel mondo stanno per essere spazzati via dall’avvento dei social media. Così probabilmente ognuno di noi potrà informarsi sempre meglio e migliorare la propria situazione lavorativa, andando in aziende più apprezzabili sotto vari punti di vista: etica, salario, posizionamento sul mercato, grado di innovazione ecc.

Allora il punto NON è che la logica social permette di trasmettere e condividere meglio i valori esistenti di un’azienda e dei suoi manager.
Il punto E’ che la logica social spinge ogni azienda e i suoi manager a rispettare davvero certi valori perché non avrà più modo di tenere nascosto il fatto di non osservarli. E anzi la logica social costringerà sempre più ad averli questi benedetti valori
.

Un’azienda non potrà e non dovrà più scrivere opuscoli di benvenuto ai nuovi assunti raccontando cose meravigliose quando magari i dipendenti (senza trasgredire ad una logica di comportamento etico e decoroso, ergo senza offendere o calunniare) diffondono in rete cose esattamente opposte.

L’unico modo per attirare personale competente e tenerlo soddisfatto all’interno dell’azienda sarà fare cose di valore concreto, adottare comportamenti professionalmente ed umanamente apprezzabili.

La logica social non è uno strumento a disposizione delle aziende e dei loro manager per fare un lifting a sé stessi, alla loro reputazione e ai loro flussi di comunicazione interna.

La logica social non è uno strumento di diffusione moderno dei vecchi concetti manageriali e organizzativi, ma un elemento di evoluzione/rivoluzione di questi ultimi e chi pensa di cavarsela con un bel corporate blog, una gruppo o una pagina su facebook e un wiki bisogna prontamente dire che dovrà fare i conti con il futuro…o più probabilmente con il presente.

E allora invece di chiederci “la mia azienda è social?” chiediamoci se le persone che la guidano o i nostri colleghi sono persone competenti, coinvolgenti, rispettose ed oneste. E se la risposta è sì saremo noi stessi a diventare amabassador della qualità della nostra azienda senza che qualcuno ci riempia la vita di opuscoli, slogan o imbarazzanti elenchi puntati di valori aziendali.

Photo credit www.markingegno.biz

Written by gffornaciari

19 febbraio 2010 at 8:44 am

L’”amicizia” ai tempi di Facebook

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Magari durante le festività vi sarà capitato di leggere sul Corriere della Sera questo articolo di Maria Laura Rodotà .

E magari avrete anche letto in rete qualche commento (certamente più “sollecito” del mio :)) tra i quali mi piace citare questo qui di Mariangela Vaglio che trovo particolarmente efficace.

Ma anch’io avrei qualcosina da dire sul tema.
Premetto che non mi interessa più di tanto entrare nel merito della questione in termini sociologici.
Quello che vorrei mettere in evidenza è semplicemente la confusione che ancora regna sul modo in cui approcciare questi temi. Specie da parte di coloro che “pretendono” di analizzarli con strumenti o logiche tradizionali.

Da un lato c’è questo approccio nostalgico tipo “una volta sì che si stava bene” che ogni tanto salta fuori quando si deve analizzare qualcosa di nuovo e che…non si riesce a classificare secondo gli schemi precedenti.

Dall’altro il tentativo di “minimizzare”, quasi di “opporsi” alla diffusione di un modello nuovo di comunicare che non centra niente con il discorso dell’”amicizia” in senso tradizionale, ma la fa evolvere verso accezioni più ampie e in qualche modo ancora da svelare completamente.

Entrambi ovviamente sbagliati per come la penso io.

Proverò ad esprimere dei concetti base, cercando di stare nel mio “seminato” che in definitiva è quello di 21st Century Manager.

Non è l’amicizia come l’abbiamo conosciuta fino a pochi anni fa ad essere messa in discussione (per usare un eufemismo) dai social network come Facebook, ma piuttosto sono questi ultimi ad aver proposto con enorme successo un nuovo modello di relazione che convenzionalmente è stato chiamato amicizia e per certi versi lo è, ma per altri sa andare molto oltre agli aspetti “personali” che tradizionalmente la caratterizzano.

Nel senso che è vero che i social network hanno proposto un nuovo modo di ritrovare e restare in contatto con le persone che già si conoscono (gli “amici” insomma”), ma la parte più interessante, a mio parere, è soprattutto che hanno consentito di ampliare le reti di conoscenze proprio grazie a questi primi livelli di contatto già disponibili, permettendo di entrare in contatto con gli amici di amici di amici e così via. Tutto questo ha secondo me un valore, a prescindere, perché avvicina, aiuta a conoscere e comprendere altra gente.

Ed è pur vero che questi legami sono attivati non da frequentazioni, appartenenze ad un particolare ceto sociale o residenza in un certo luogo. Bensì dalla manifestazione (e relativa condivisione) di un certo interesse, di un certo modo di vedere le cose. Che viene esplicitato attraverso frasi, immagini, video, sia personali che relativi a tutto quello che succede, anche a livello politico evidentemente.

E’ li che si innesta il discorso (peraltro già affrontato dal sottoscritto) di Mike Walsh che sostiene che “friend” non è più solo un sostantivo, ma in ambito social può essere inteso come “to friend”, un’azione, una scelta che si avvia spesso sull’aver rintracciato in rete qualcosa che ci piace, che ci va di condividere.

E, ulteriore passaggio, prevede poi l’opzione di considerare “amici” quei produttori di contenuti e/o addirittura quelli che possiamo considerare veri e propri “media” che trovano questi contenuti in rete e li condividono.

Questo ad un livello informale.

Ma poi (e qui sta secondo me il vero valore che deve ancora ben essere sviscerato della logica social), questa condivisione di contenuti diventa interessante anche nell’ambito lavorativo. E allora gli “amici” sono colleghi o concorrenti che condividono gli stessi interessi e che hanno piacere di discutere e “sharare” materiali di ogni genere che possono costituire per tutti una vera e significativa crescita professionale e non solo un altro modo di cazzeggiare.

Written by gffornaciari

4 gennaio 2010 at 3:29 pm

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Mike Walsh: i brand devono pensare sè stessi come media companies

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Una manciata di intuizioni, la capacità di renderle parte integrante di un pensiero illuminante: questo il primo pregio di Futuretainment, di Mike Walsh.

Un lavoro innovativo: più immagini che testo, più concetti chiave che contorte esposizioni e però più storytelling che elenchi puntati.

Come chiunque si occupi di marketing e comunicazione fa oggigiorno, Walsh cerca di chiarire il ruolo dei social media.
Sono un fattore abilitante, qualcosa che consente a chiunque di produrre contenuti e che rende possibile una forma di relazione chiamata “amicizia”, con un’accezione molto diversa da quella del tempo da cui veniamo noi della generazione X (magari anche Y…).

“Friend” evolve da sostantivo a verbo

“To friend” è semplicemente creare una connessione con qualcuno e includerlo nel proprio network.
Niente a che fare con affetti e parentele, il legame sta soprattutto nel rimanere in contatto sulla base della condivisione di aggiornamenti di stato, interessi espressi e contenuti media prodotti o trovati in rete.
In fondo la produzione e la condivisione di questi contenuti contiene preziose informazioni sulla nostra personalità.

E questa centralità dei contenuti prodotti e condivisi dell’utente trasforma il senso stesso della comunicazione di brand.
Il brand non è importante tanto per il fatto di essere associato ad un prodotto,

il brand più importante ed efficace è la persona che raccomanda il prodotto

Questo passaggio ha in sè molti aspetti decisivi in quanto agisce sulle fondamenta stesse della comunicazione e del marketing, così come ci sono stati consegnati dall’era industriale.

E porta a farci due importanti domande:

1. Come fanno i brand a trasferire sugli utenti l’onere (o l’onore) della comunicazione e del marketing?

2. Come fa un brand, tendenzialmente percepito come non umano, ad armonizzarsi con questa situazione di “power to the people”?

La soluzione sta in una della parole più usate ed abusate nel mondo del marketing degli ultimi due annetti: “engagement”.

L’engagement esiste quando i consumatori lasciano qualcosa di sè stessi con il brand,

sia un contenuto user generated, una raccomandazione od una semplice condivisione di informazioni.

E il brand che insegue l’engagement deve cercarlo con il vero ed unico codice di comunicazione dei nostri tempi: i contenuti, le storie, la loro qualità e la capacità di creare interesse.

Solo così il brand otterrà dal destinatario della comunicazione di farsi carico della “distribuzione e diffusione” di questi contenuti/informazioni.

Perchè la chiave sta proprio lì: un mercato maturo, consapevole e altamente frammentato non è più contattabile con le logiche generaliste del marketing e dell’advertising in broadcast.

La comunicazione vive di engagement reale, passaparola ecc. le aziende devono essere così brave da conquistarsi gli utenti non solo come clienti, ma come distributori e amplificatori di informazioni, reputazione ecc.

Questo in definitiva vuol dire che

i brand devono cominciare a pensare a sè stessi come media companies.

la strada non può più essere creare advertising intorno al contenuto ma considerare il contenuto il vero strumento di advertising.

Direi che ce n’è abbastanza per rifletterci sopra. No?

Written by gffornaciari

26 novembre 2009 at 10:55 pm

Dieci punti per “salvarsi” all’interno del network azienda

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Ecco lo speech che ho fatto venerdì 6 durante lo User Camp di Bologna sul tema “Salva l’utente che è in te”.
Ho cercato di analizzare il tema da un’angolazione particolare, quello dell’utente che allo stesso tempo da vita e professa “appartenenza” al network azienda.

Ovvero il punto di vista di colui che sposando le logiche della condivisione e della collaborazione si trova ad affrontare un sistema (l’azienda appunto) che non ne è ancora esattamente espressione.

Io non credo sia un passaggio facile, ma se è vero, come sostengo, che il cambiamento che stiamo vivendo va ben oltre il marketing e si riflette profondamente nelle persone e nel modo in cui si relazionano, può essere interessante provare a riflettere su come quello che è in definitiva un modo differente di concepire sè stessi può trasformare come si vive (o sopravvive) in un sistema complesso come l’azienda.

Infatti parto dalla coscienza di sè stessi (punto 1.), perchè non è affatto banale tradurre in esperienza lavorativa quello che è un atteggiamento socio-culturale.

In realtà il tema pregnante della “reputazione”, che troppo spesso viene isolato nel mondo del marketing e riservato alle aziende e ai loro servizi e prodotti, riguarda tutte le persone, non solo CEO o manager, ma anche collaboratori di ogni tipologia. Coloro che si guadagnano ogni giorno “punti” di reputazione tributati dal network di conoscenze (e non solo da sistemi di valutazione aziendale…sigh) e che soprattutto grazie a ciò possono essere “acclamati” leader (punto 10).

Un altro punto secondo me interessante è il tema della relazione con il network lavorativo. I benefici che si possono ottenere sono assolutamente analoghi (ma di segno evidentemente opposto) agli effetti devastanti che qualche comportamento negativo può avere sulla rete di relazioni in essere.
Questo è un tema delicato,

nel lavoro ci si aspetta molto dagli altri, ma forse le logiche della collaborazione contemporanee dovrebbero farci considerare con più attenzione che quanto più siamo connessi, tanto più i nostri peer si aspettano tanto da noi e il nostro rifiuto, la nostra presa di posizione si diffonde a macchia d’olio e non rimane chiusa in una stanza. E’ una questione di responsabilità. La condivisione funziona se anche la responsabilità viene condivisa.

Altro tema chiave è quello di come cambia il modello organizzativo, sviluppato ai punti 5, 6, 7 e 8.

La centralità della persona trasforma le logiche organigrammatiche e le rigidità legate alle funzioni.


Deve prevalere la trasversalità, naturale conseguenza del modo in cui si acquisiscono e si mettono a frutto le competenze.
Tutto ciò che “limita, definisce e circoscrive” è in distonia con quanto sta succedendo. La complessità sta nel prendere coscienza e gestire questa inevitabile evoluzione.
Perché parlare di relazioni orizzontali non deve far credere che non esistano centri decisionali o guide. Mi piace pensare a un modello che si orienti più per visioni e progetti che per titoli e mansioni.

Il network azienda è connesso a moltissimi altri network. Alcuni riguardano situazioni in cui l’utente può avvantaggiarsi nel migliorare le sue competenze, altri, più complessi ma ugualmente da gestire, riguardano il fatto che l’azienda fatta di persone deve fare i conti con le relazioni che queste persone hanno in essere e alimentano verso il suo “esterno”, dove essa non ha e non può avere controllo su quanto avviene. E all’esterno, tra gli altri, ci sono anche i concorrenti…giusto per fare un esempio.

Questo da solo dovrebbe bastare a sgombrare il campo da qualunque concetto di chiusura o opacità d’informazione. Semplicemente non è più possibile.

I contenuti di questa presentazione sono già in evoluzione e diventeranno un lavoro più approfondito, probabilmente un e-book. Ma mi piace l’idea di partire da qui e provare a condividere l’idea ancora poco più che embrionale nella speranza che ci sia qualche preziosissimo contributo da parte di chiunque ne abbia voglia.

Written by gffornaciari

18 novembre 2009 at 9:31 pm

WikiSAP, intelligenza collettiva per innovare

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wikisapCi sono aziende che fanno sforzi per interpretare la contemporaneità, per provare a riempire di esperienze concrete quei contenitori digitali da cui ci si aspetta tanto “futuro” ma ai quali si dedica ancora troppo poco “presente”.
Che siano piattaforme di condivisione e collaborazione o tentativi di conversazione e interazione con il mercato, queste esperienze meritano secondo me di essere analizzate.

E’ così che ho incontrato

WikiSAP (www.wikisap.it), il progetto di SAP Italia nato poco più di un anno fa, pensato per essere un business social network a disposizione di manager e imprenditori che vogliano condividere informazioni ed esperienze, creando una piattaforma comune di intelligenza collettiva con l’obiettivo di favorire un percorso di apertura e collaborazione verso l’innovazione.

Una dichiarazione di intenti così importante ha solleticato la mia curiosità e, grazie a Cristina Di Grado (che ha creato una nuova linea nel mio network), ho avuto il piacere di incontrare la gentilissima Anita Greco, Marketing Communications Manager di SAP, e fare quattro chiacchiere sul progetto.

Anita ha definito WikiSAP

un’iniziativa nata dal bisogno di confrontarsi su temi ampi quali managerialità, imprenditorialità, che vanno oltre il core business di SAP. L’idea è mettere a fattor comune tutte le esperienze in quel senso con una piattaforma che consenta di condividere opinioni, idee e best practice d’impresa. L’obiettivo è ben delineato: lavorare insieme per l’innovazione.

Questo progetto è espressione della cultura dell’apertura verso l’esterno, coinvolgendo in una logica peer-to-peer non solo i clienti ma anche partner e fornitori (non dimentichiamo che le aziende non hanno solo clienti da soddisfare ma anche fornitori da coinvolgere in questo desiderio di innovazione e crescita).

I numeri sono promettenti: 3.000 utenti iscritti, 50.000 visite nel semestre delle quali più del 60% sono visite di nuovi utenti.
Quello che è ancora contenuto è il dato sull’interazione: solo poche decine di utenti sono molto attivi nel segnalare o commentare.
E’ sull’incremento di questo dato che si orienteranno gli sforzi nei prossimi mesi.

Chiedo come ci si sta muovendo per “diffondere” WikiSAP. Glielo chiedo perché personalmente sono convinto che ogni presenza online debba andare oltre un presidio specifico e vivere in maniera liquida in tutti i luoghi in cui ci possano essere utenti interessati ai suoi contenuti.

E’ in questo modo che si possono creare diverse forme di interazione: il commento strutturato al post è un alto livello di engagement, un post più “leggero” su friendfeed è più conversazione…ma tutti vanno alimentati e difesi perché creano network (ancor prima della tanto auspicata community, che nasce probabilmente da un livello così “ricco” di relazione che comprende un po’ tutti gli aspetti della personalità, compreso quello informale, che viaggia più facilmente su friendfeed e si compendia magari in un incontro “reale” sul territorio.

In effetti Anita è ben consapevole del fatto che non sia possibile centralizzare tutto in WIKISAP, che questo progetto ha ancora bisogno di seeding digitale e però anche reale. E mi parla di iniziative stimolanti come quella fatta in ottica “mezzogiorno” in collaborazione con Domenico De Masi.

Non è mia intenzione entrare nel merito delle aree tematiche o dei canali di approfondimento secondo i quali WIKISAP è strutturato; credo che a fare fotografie oggi si corra il rischio che vengano mosse.

Mi pare invece che quello che conta per SAP sia coinvolgere davvero gli utenti entrati nel network (in gran parte con ruoli direzionali nelle aziende di appartenenza) in un processo spontaneo di creazione dei contenuti il più possibile condivisi e orientati all’innovazione.

Lo giudico un bel modo per proporre valore al mercato.
E dalle parole di Anita mi pare che SAP abbia ancora tanta voglia ed energia racchiusa nelle sue persone per portare avanti questo ambizioso progetto.

Written by gffornaciari

12 novembre 2009 at 6:24 pm

Pubblicato su Progetti

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